PRECAST Design » Il BIM: Una Questione Accademica
Il BIM: Una Questione Accademica
Angelo Luigi Camillo Ciribini

Roland Berger ha recentemente pubblicato una indagine intitolata Turning point for the construction industry. The disruptive impact of Building Information Modeling (BIM): un titolo, invero, ormai poco originale, così come ossessivo si fa l'uso dell'attributo disruptive, assai abusato, che promette, appunto, sconvolgimenti tutti ancora da riscontrare e che alimenta una retorica sull'argomento sempre più fastidiosa.

Il rapporto, corroborato da una indagine condotta intervistando venti esperti, merita attenzione specialmente per l'analisi delle minacce che la digitalizzazione apporterebbe ai modelli di business tradizionali e per la sottolineatura delle implicazioni contrattuali che sorgeranno.

Sta di fatto che il BIM, un acronimo ormai lontano dal suo significato proprio, utilizzato sempre più per evocare la digitalizzazione tout court, appare spesso come una entità decontestualizzata, anziché come un punto focale di una possibile politica industriale per il settore delle costruzioni.

Ciò accade essenzialmente perché nel momento cruciale dell'avvio di una transizione, o meglio di una trasformazione strutturale, quando ancora molto rimane nelle potenzialità, gli operatori del mercato sembrano essere convinti (o rassegnati) alla inevitabilità della svolta digitale (ad esempio, per via degli obblighi che deriveranno dalla Domanda Pubblica o dalle convenienze che sorgono a opere della Domanda Privata), ma esitanti nell'accoglierne i portati in termini di cultura digitale, vale a dire di come il cambio di paradigma possa influire sulle identità e sulle mentalità.

In un recente dibattito, all'interno della conferenza di eCAADe, Antonino Saggio acutamente osservava la differenza semantica che intercorre tra instrument e tool, tra una strumentalità attiva e una passiva.

Occorre, allora chiarire che, da un lato, gli assunti dogmatici che caratterizzano il BIM implicherebbero, anzitutto, una rivisitazione profonda della struttura dei mercati (non solo di quello domestico) in termini di responsabilità e di dimensione che non pare davvero essere prossima e che, comunque, al di là delle affermazioni di circostanza, non risiede al centro di un settore tanto provato dalla grande recessione quanto ancorato alla sua storia.

I processi di aggregazione dimensionale risultano piuttosto rarefatti e quando si verificano si celano sovente dietro strutture reticolari informali, per ragioni connesse anche ai regimi fiscali e giuridici, stando a testimoniare come recitare la solita litania della collaborazione e dell'integrazione avulsa dall'ambito reale sia assolutamente controproducente.

Oltre a ciò, la digitalizzazione del settore delle costruzioni deve nascere entro un quadro di rinnovamento del mercato del lavoro che consenta di supportare le organizzazioni (committenti, professionali e imprenditoriali) maggiormente strutturate e di garantirne la leale competizione.

Il tema del Lavoro 4.0 che anima oggi la discussione a proposito del Piano Nazionale Impresa 4.0, dalla defiscalizzazione degli oneri formativi alla costituzione dei centri di competenza, promette di investire anche il settore delle costruzioni nella duplice veste dell'automazione del cantiere (oltre che del ritorno della prefabbricazione) e del lavoro intellettuale nei servizi di architettura e di ingegneria.

Si tratta, menzionando quest'ultima, di una partita determinante che la citazione dell'Intelligenza Artificiale fa mostrare remota, ma che non lo è affatto, o meno di quanto non si creda.

Al di sotto di questi fattori determinanti insiste, poi, la maggiore sfida che il mercato deve affrontare, in quanto il passaggio all'ecosistema digitale comporta la trasmissione, da parte dei visitatori digitali, dei saperi costitutivi alle nuove generazioni di nativi digitali.

Qui il ruolo dell'Accademia appare decisivo, ma su di esso gravano molte incognite, poiché essa per prima, nelle Scuole di Architettura e di Ingegneria (relativamente alle discipline inerenti) non vi è sempre sufficiente consapevolezza di ciò, così che della digitalizzazione viene proposta la sola strumentalità: passiva.

Rimanendo nello sforzo di contestualizzazione, ciò accade allorché, per alcuni versi si cerca di instaurare un rapporto dialogico e costruttivo colle rappresentanze professionali e imprenditoriali, nella misura in cui esse siano disponibili e non temano invasioni nel campo di competenza, ma è palese la convinzione degli operatori che l'apprendimento effettivo degli strumenti (ed eventualmente l'adozione delle metodologie) non possa che avvenire al di fuori dell'ambiente accademico, a fronte della maggiore complessità e pressione delle dinamiche reali.

Non si tratta di una questione marginale, in quanto essa implica la considerazione che l'apporto che gli uomini della realtà possano arrecare a quelli dell'ipotesi sia considerevole, mentre che il contrario sia, tutto sommato, secondario, poiché quello che l'Accademia fatica a veicolare è la sua capacità di influire nel breve e nel medio periodo sugli andamenti del mercato.

Di conseguenza, nel mentre che gli accademici professano, del mercato e dei suoi operatori, la rivisitazione, la riconfigurazione o la reinvenzione, questi ultimi, in maniera più o meno innovativa o regressiva, sono intenti, tra mille preoccupazioni, ad affrontarne le effettive manifestazioni embrionali.

Qualora, tuttavia, dovessimo dar credito a una tesi secondo la quale la cultura digitale veramente, nel medio termine, sia in grado di stravolgere gli equilibri negoziali esistenti, sinanco i profili identitari, a partire dalla formazione dei Millenial, sia pure sulla base del principio di realtà, l'Accademia dovrebbe avere il coraggio e la determinazione di proporsi come Key Game Changer del mercato, anziché, come spesso le accade, atteggiarsi in blandi propositi collaborativi che inevitabilmente intersecano i micro-conflitti corporativi in cui rimane coinvolta.

Occorre, inoltre, tenere presente che il mercato italiano delle costruzioni si sta vieppiù caratterizzando per aspetti e temi di grande fascino, probabilmente in parte spendibili altrove nei mercati comunitari, ma tendenzialmente non di rado eterogenei a quelli dominanti in Paesi in cui i maggiori player italiani con incrementalità competono.

Per queste ragioni, più che di formare e di addestrare alle metodiche e ai dispositivi, o meglio, oltre a tutto questo, l'Accademia dovrebbe preoccuparsi di delineare lo scenario sistemico e complessivo in cui la maturità digitale condurrà le nuove generazioni.

Del resto, la digitalizzazione probabilmente aumenterà il divario tra la velocità di maturazione dei diversi sottomercati e delle differenti aree geografiche, cosicché proporne una lettura omogenea potrebbe risultare fuorviante.

Servirebbe probabilmente ripensare i percorsi formativi, oggi, ad esempio, quelli professionalizzanti, anche con riferimento agli ITS, nel delicato dosaggio tra elementi prudentemente innovativi e scenari radicalmente inediti.

Articolo letto: 829 volte